Una riflessione con Fra Giampaolo 2

Un tempo c’erano uomini che si fidavano del cielo per imparare a vivere i loro giorni, si spostavano da un luogo all’altro per inseguire i percorsi disegnati dalle stelle, attraversavano regioni accompagnando le loro mandrie e avevano il tempo di fermarsi nelle ore più calde del giorno per riposare. Abramo si era fidato della parola di Dio che gli aveva promesso una terra e una discendenza e, ormai vecchio, stava ancora cercando con Sara la terra che gli era stata promessa. Una promessa che ancora non si era realizzata ed erano vecchi, molto vecchi entrambi … Abramo aveva fatto spazio a quella parola ricca di promessa in un tempo lontano, quando era molto più giovane, e ancora quella parola rimaneva una promessa, pur essendo la promessa di Dio. Sono tre stranieri ad incrociare la strada del vecchio Abramo, nelle ore più calde del giorno. Erano sulla sua strada, tre uomini sulla strada dove si era fermato con le greggi. Per Abramo il loro passaggio è la domanda di un incontro. “… non passare oltre senza fermarti”. Sceglie di fare spazio, cede il suo posto all’ombra, fa preparare del buon cibo, li ristora … “dopo potrete proseguire … è per questo che siete passati”. Il ristoro di un momento diventa un banchetto per gli ospiti. “Acqua fresca, focaccia, un vitello tenero e buono, panna, latte fresco …” Ma tra gli stranieri e Abramo c’è un cambio di posizioni: Abramo sta in piedi davanti agli stranieri di passaggio, i viandanti sono seduti all’ombra, Abramo ha ceduto loro il proprio posto, … e in questo scambio chi accoglie riceve un dono inatteso. Il futuro promesso irrompe nella vita di Abramo e Sara nei pressi di una tenda alle querce di Mamre. Una tenda che si è allargata per dare ristoro a dei viandanti nell’ora sbagliata del giorno. Saranno questi tre stranieri ospitati a dire ad Abramo che Sara da lì a un anno sarebbe diventata madre di un bimbo, il figlio Isacco. Abramo e Sara erano certi che la promessa di una discendenza non si sarebbe mai più realizzata. La focaccia, il latte, il vitello, l’albero che ripara dalla calura del sole offerti agli stranieri sono il terreno dove la promessa riprende forma. L’ospitalità offerta senza remore, l’accoglienza data si trasforma in un dono che fa di un futuro desiderato e inarrivabile un futuro possibile. (cf. Genesi cap. 18) Tante sono le pagine nella Bibbia che raccontano di accoglienza, di spazio proprio condiviso e donato, ma quanto avviene alle querce di Mamre è il simbolo dell’accoglienza che mentre cambia i passi di chi viene accolto, dona vita nuova a chi accoglie. Quegli stranieri hanno potuto continuare il loro viaggio con maggiori energie; la vita di Abramo e Sara non è più stata la stessa, la promessa da quel momento aveva un nome, Isacco. Abramo si è fidato; gli stranieri che ha accolto per fede, gli hanno permesso di toccare con mano la fedeltà di Dio. Forse nella vita funziona un po’ sempre così, la fiducia data, lo spazio concesso, la focaccia condivisa, il ristoro offerto non sono solo un dono per chi li riceve, ma diventano un dono anche nella vita di chi li mette a disposizione. Qualche volta di sicuro ci è successo dopo aver donato un po’ del nostro tempo, o condiviso qualcosa che ci appartiene di scoprici un po’ più noi stessi, perché abbiamo riconosciuto o forse solo intravisto qualcosa che fa bella la vita. L’accoglienza dà futuro. Sarà per questo che in uno dei momenti più intensi della vita di una coppia la Chiesa fa dire agli sposi “io accolgo te come mio sposo” … “io accolgo te come mia sposa”. Parole che hanno il senso di una reciprocità in grado di sostenere e svelare l’esistenza. Indicano una dinamica di relazione che chiama ad un continuo fare un passo verso il tu scelto offrendo insieme nella propria vita tutto lo spazio perché l’altr* possa esserci tutto intero. Sembra quasi l’invito a un gioco dove imparare a garantire lo spazio nella propria esistenza alla vita dell’altr* perché trovi vita, diventa vita per chi fa spazio.